Mar. 9th, 2019

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Mar. 9th, 2019 12:12 pm
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Tomoko Higashikata, Joseph Joestar, Josuke Higashikata

Rating: Safe

Wordcount: 945

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Addormentarsi e sognare



Quando Josuke le aveva detto che aveva una sorpresa per lei, Tomoko si era sentita parecchio curiosa. Il figlio difficilmente le faceva delle sorprese, e spesso se ci provava finiva per combinare qualche guaio (che era poi il motivo per cui aveva smesso di farle). Quando poi le aveva detto che avrebbe potuto comunque andarsene quando voleva e non aveva alcun obbligo, si era preoccupata. Che cosa stava cercando di dirle? Cosa intendeva?

Era quello il motivo per cui, mentre aspettava in salotto, si sentiva così nervosa. Josuke le aveva sorriso, dicendole che non era successo nulla di male, ma quel ragazzo era sempre così imprevedibile. Era un bravo ragazzo, il suo amato figlio, ma ogni tanto era così testardo e così impulsivo che finiva per combinare guai nei momenti peggiori. Tomoko sospirò pesantemente, stropicciandosi le mani mentre aspettava che il figlio tornasse con la sua... Sorpresa.
Aveva pensato a mille possibilità, e ancora non era sicura di cosa potersi davvero aspettare. Aveva messo incinta qualche ragazza?! No, Josuke aveva paura dei bambini, non sarebbe stato così calmo se si fosse trattato di quello. Sembrava contento, invece. Quindi doveva essere qualcosa di bello. Ma quella preoccupazione per la sua reazione, quell'apprensione mal nascosta nei suoi occhi, era quello che la faceva impensierire. Beh, alla fine dei conti, non poteva fare altro che fidarsi di suo figlio.

Passò quella che a lei sembrò un'eternità, ma che in realtà doveva corrispondere giusto a qualche minuto. Josuke riaprì lentamente la porta di casa, e parlò a bassa voce con qualcuno. Tomoko si alzò di scatto dal divano, non aspettandosi che ci potesse essere qualcun altro, e sfoderò il suo sorriso più cordiale. Accidenti a Josuke, se avesse saputo che doveva portare qualcuno in casa avrebbe almeno riordinato il salotto, ma quel ragazzo faceva sempre tutto di testa sua e senza avvisarla per tempo.


Quando finalmente riuscì a vedere la persona che Josuke stava lentamente accompagnando all'interno della casa, l'aria si bloccò nei suoi polmoni. Tomoko guardò quell'uomo, le labbra semiaperte e ogni parola bloccata in gola. Si strinse le mani una con l'altra, cercando di parlare, ma nessun suono sembrava voler uscire. Fu Josuke ad intervenire, a quel punto.

" Non so se lo riconosci o cosa, immagino di sì, ma, ecco... Lui è Joseph. È venuto qui per... affari... e ha voluto conoscermi. Ho pensato che volessi rivederlo anche tu, e... Non sei obbligata a rimanere però, se non vuoi parlargli o... "

Tomoko ancora non sapeva cosa fare. Così lasciò che l'istinto prendesse le decisioni per lei, e attraversò la stanza, avvicinandosi a Joseph. Senza dire nulla aprì le braccia e lo abbracciò con forza, gettandosi forse con troppo entusiasmo su di lui, perché lo sentì barcollare appena sotto il suo peso.

" Tomoko... È un piacere vederti. "

Disse Joseph, con tono gentile, abbracciandola delicatamente. La sua voce era più sottile, meno profonda, provata dal tempo come tutto il suo corpo. Tomoko lo lasciò andare e si allontanò di un passo, per guardarlo attentamente. Era invecchiato parecchio, Joseph. Ma a lei non importava. Nei suoi occhi vedeva ancora quell'uomo brillante e gentile di cui si era perdutamente innamorata tanti anni prima, il padre del suo amato figlio, la persona che l'aveva fatta soffrire così tanto, eppure non aveva mai potuto allontanare dal suo cuore. Era incredibile, poterlo rivedere dopo così tanti anni. Tomoko aveva paura che potesse essere tutto un sogno. Doveva essersi addormentata, e quello era solo uno degli altri molti sogni che aveva fatto su quell'uomo.

Eppure, non era come i suoi sogni. In fondo, Joseph non era più l'uomo alto e forte che aveva conosciuto e che aveva sempre sognato, era provato dall'età, l'aria sempre carica di forza ed orgoglio sostituita da un'espressine dolce e serena, la sua mano ancora poggiata sul braccio di Josuke, che lo stava aiutando a sorreggersi. Tomoko si prese un secondo per guardare quella scena, suo figlio che sorreggeva con un braccio il padre che non aveva mai conosciuto, e che lei aveva tanto desiderato che potesse incontrare. Erano così simili, in fondo. Ora, vedendoli uno di fianco all'altro, Tomoko riusciva a vedere quanto il colore e la luce nei loro occhi fosse quasi uguale, come aveva detto tante volte a Josuke durante gli anni.

" Io... ciao, Joseph. Venite... venite dentro. Siediti, forza. "

Tomoko li accompagnò in casa, cercando di nascondere le mani che tremavano e la voce debole, provata dall'emozione. Quella scena, tutti e tre dentro la sua casa, Josuke che aiutava delicatamente Joseph a sedersi sul divano, quello era tutto ciò che lei aveva sempre desiderato, e anche di più.
Aspettò che Joseph fosse comodo, per poi guardarlo ancora. Stava cercando lentamente di riprendersi, e si ricordò in quel momento che c'era qualcosa di estremamente importante che doveva fare. Voleva parlare con Joseph, voleva sapere di lui, tornare a quel tempo in cui avevano passato giornate intere a parlare assieme, ma c'era qualcosa di assoluta importanza che aveva la priorità su tutto. Tomoko si piazzò davanti a Joseph, seduto sul divano, e lo guardò con un sorriso delicato.

" Joseph? "

L'uomo alzò lo sguardo su di lei, e sorride delicatamente, appoggiò entrambe le mani alle proprie ginocchia, e inclinò appena appena la testa di lato.

" Dimmi, Tomoko. "

Lei sorrise ancora, e poi, senza preavviso, alzò una mano, mollando un sono ceffone sulla guancia di Joseph.
Josuke, che stava andando i cucina a prendere da bere, si voltò di scatto sentendo il rumore dello schiaffo. Joseph si tenne la guancia con una mano, senza riuscire a nascondere la sorpresa.
Tomoko, invece, si sentiva estremamente soddisfatta. Sospirò di sollievo, e incrociò le braccia, un sorriso più disteso sul volto.

" ... Me lo meritavo. "

Commentò solo Joseph, per poi ridere a bassa voce. Tomoko rise piano a sua volta, e vide Josuke tornare in cucina scuotendo lentamente la testa.

" Sì, te lo meritavi. Ma ora, raccontami tutto. È un sogno averti qui. "

Riprese lei, sedendosi tranquillamente al suo fianco, e allungando un braccio per circondare le sue spalle. Joseph sorrise, e annuì lentamente.

" Mi dispiace. "

Disse a bassa voce, abbassando appena la testa. Tomoko sorrise appena, e scosse la testa un paio di volte.

" Lo so. Ora dimmi, cos'hai fatto di bello in questi anni? "

" Oh, fin troppe cose, mia cara... "

Tomoko si mise a chiacchierare con lui, lasciando che il tempo scivolasse via. Era tutto troppo limpido, per essere un sogno. Era tutto troppo vero, tangibile, un'eco di una vita che non aveva avuto, ma che aveva tanto desiderato. Ed era tutto molto, molto più bello di qualsiasi sogno lei avesse mai fatto.
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi:
Joseph Joestar

Rating:
Safe

Wordcount: 810

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Addormentarsi e Sognare

Gran parte del tempo, Joseph era felice. Era in quella città nuova, con persone interessanti e mediamente gentili, aveva potuto conoscere Josuke, e ora poteva occuparsi di Shizuka, la piccola bambina invisibile che avevano trovato. Era un ottimo modo, per passare la sua vecchiaia. O almeno parte di essa.
Gran parte del tempo, Joseph si sentiva sereno e senza troppi pensieri. Doveva solo badare alla bambina e aiutare Jotaro e Josuke quando i due ne avevano bisogno. Ogni tanto andava al centro commerciale con il figlio, e passeggiavano insieme per tutto il pomeriggio, e Joseph non poteva chiedere di meglio. Era un ragazzo sveglio, pieno di risorse proprio come Joseph era stato alla sua età. Ed aveva un buon cuore, sempre pronto ad aiutare i suoi amici ma anche le persone che conosceva a malapena, sempre pronto a vendicare ingiustizie e soprusi anche se non lo riguardavano. Certo, non era un santo, sembrava essere abbastanza incline a farsi strada nella vita con la sua astuzia, a volte anche con mezzi forse un poco sleali, ma chi era Joseph per lamentarsi? In fondo, lui aveva fatto la stessa identica cosa per anni.

Gran parte del tempo tutto andava bene, ma a volte, Joseph sentiva il peso degli anni addosso, sentiva la memoria tradirlo, il corpo cedere e stancarsi, le persone attorno a lui irritarsi silenziosamente a causa dei suoi sbagli. Ed era difficile, perché Joseph Joestar era stato una persona intelligente ed orgogliosa, e vedere la propria stessa rovina era quasi insopportabile. Così, a volte, Joseph scappava. Come aveva imparato a fare tanti anni prima, fuggiva da ciò che non poteva cambiare per trovare un nuovo punto di vista. Ma era difficile sfuggire a se stessi.
Così, aveva dovuto ingegnarsi.
Aveva imparato a dormire. Ovunque, in qualsiasi momento, lasciar andare la propria mente estraniarsi dalla realtà, cadendo in un sonno leggero ma pieno di immagini lontane. A volte era la sua piccola Holy, dolce e sorridente fin da bambina, erano i pomeriggi passati a tenerla sulle spalle e correre nei prati, le ore passate a giocare e fingere di lasciarsi sconfiggere dalla coraggiosa bambina. A volte era la sua amata nonna Erina, il sorriso gentile di quella donna che aveva plasmato la sua infanzia e l'aveva reso la persona che era, colei che fino alla fine gli era stata accanto. A volte erano i primi anni con la allegra e bellissima Suzie, la moglie che l'aveva accompagnato per tutta la vita.
A volte, invece, la sua mente correva ancora più lontano, nel profondo di ciò che aveva cercato di dimenticare e nascondere per gran parte della sua vita. Correva e correva, attraverso campi ed attraverso fiumi e attraverso gli anni, fino a trovare la figura giovane e lumino di Caesar, colui che la vita gli aveva strappato troppo presto, colui che sempre era rimasto nel cuore di Joseph, nascosto a tutti e tutto. Quasi nessuno sapeva di Caesar. Joseph non ne parlava mai. Aveva conservato i pochi ricordi che avevano condiviso, sepolti nel fondo del suo cuore, una musica di sottofondo che aveva accompagnato tutta la sua vita.
Ora quella sua vita volgeva al termine, e Joseph amava scavare così a fondo nella propria mente, trovando quel tempo così remoto eppure così vivido nei suoi ricordi. Gli allenamenti assieme, le intere nottate passate a parlare, i piccoli baci che Caesar poggiava sulla sua maschera per la respirazione e di cui Joseph si lamentava perennemente, ricevendo solo delle risate divertite in risposta.

Joseph si lasciava cullare da quei ricordi, lasciava che la mano di Caesar stringesse la sua e lo trascinasse lontano, in quel mondo che era solo loro, quell'angolo della mente in cui Joseph non aveva mai fatto entrare nessun altro.
Erano solo sogni, Joseph lo sapeva. Ma alla sua età, dopo che così tante avventure erano passate e fuggite via, dopo che la vita gli aveva dato così tanto e tolto così tanto, a Joseph non rimanevano che i sogni. Il suo corpo non gli permetteva nuove avventure, la sua mente non gli permetteva di seguire con la necessaria attenzione quelle di suo figlio e suo nipote. Così gli rimaneva quello, quell'angolo di sogno fatto dai ricordi, dalle speranze, e dai dolori che erano stati la sua vita.
Poteva sembrare poco, e poteva sembrare triste, ma Joseph si sentiva in pace. Aveva vissuto a lungo e a lungo aveva potuto continuare le sue avventure, e se pochi anni prima era stato il primo a non riuscire a rinunciare alla sua giovinezza, ora voleva solamente vivere i suoi ultimi anni in serenità, con le persone a cui voleva bene. E se ogni tanto la realtà diventava troppo pesante, il mondo dei sogni era sempre disposto ad accoglierlo. Forse, un giorno, si sarebbe semplicemente lasciato andare, e avrebbe accompagnato Caesar e tutti gli altri nel loro ritorno in quel mondo senza tempo.
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Toshikazu Hazamada, Josuke Higashikata

Rating: Safe

Wordcount: 1108

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Cadere e farsi male

" Allora Josuke, mi puoi aiutare sì o no?! "

Josuke sbuffò rumorosamente, guardando Hazamada con aria poco convinta. Il ragazzo era spaventato a morte, visto ciò che era successo l'ultima volta che aveva avuto a che fare con Higashikata, ma non poteva fare altro. Aveva le mani grondanti di sangue a causa della botta che aveva preso cadendo dalla sedia, il naso gli faceva malissimo, ma se fosse andato in infermeria gli avrebbero chiesto cosa era successo, e... Non era mai stato bravo a mentire, insomma... Beh, aveva i suoi buoni motivi per non andarci. Quindi, l'unica opzione che gli rimaneva era Higashikata e il suo Crazy Diamond. Sapeva che non sarebbe stato facile convincerlo, ma sperava nel buon cuore del ragazzo. Evidentemente, aveva riposto le sue speranze nella persona sbagliata.

" E perché dovrei aiutarti, esattamente?! Come diavolo hai fatto romperti il naso, uh?! Stavi cercando di rubare qualcosa dal laboratorio di fotografia?! O stavi pedinando una delle ragazze più grandi e ti sei preso un pugno sul naso? "

Josuke non sembrava affatto preoccupato del sangue che gli sporcava le dita, anzi, sembrava quasi divertito. Hazamada borbottò a bassa voce, cercando disperatamente un fazzoletto nella giacca, ma finendo solo per sporcarsi di sangue la divisa. Accidenti, le cose stavano andando sempre peggio. Meno male che era scura, almeno.

" Per favore! Non ti chiedo mai nulla, fammi solo questo favore! Senti, non voglio dire cosa è successo, okay?! Altrimenti sarei andato in infermeria. Ma non posso! Aiutami! "

Si lamentò ancora, la voce resa più nasale dal sangue che gli tappava le narici. Josuke incrociò le braccia, e assunse un'aria particolarmente pensierosa. Alzò una mano ad aggiustarsi i capelli, per poi guardarlo di nuovo. Sembrava aver preso una decisione, così Hazamada si avvicinò di un passo, speranzoso.

" E va bene, e va bene. Ma devi comprarmi il pranzo per i prossimi due mesi. "

Hazamada spalancò gli occhi.

" Cosa?! Josuke dove diavolo li trovo i soldi per pagare il pranzo doppio per due mesi?! Dovrò saltarlo io! "

Josuke sbuffò.

" Beh, ti farebbe bene perdere qualche kilo. "

Commentò con un sorrisino. Hazamada ringhiò a bassa voce, mentre cercava di tamponare con il fazzoletto che era finalmente riuscito a trovare. Come era possibile che uno stand in grado di aiutare gli altri come Crazy Diamond fosse capitato proprio ad una persona egoista come Josuke?!

" Non dire stronzate! Lo sai che non posso non mangiare pranzo per due mesi! Andiamo, chiedimi qualcosa di più fattibile, per favore! "

" Beh, te l'ho detto. Se mi dici cosa è successo, magari ci penserò. "

Hazamada lo guardò ancora, spaventato. Non poteva dirglielo! Era imbarazzante! Dubitava, però, che quella motivazione potesse essere accettabile per Josuke. Era praticamente obbligato a dirglielo, ora. Insomma, non poteva andare a casa con il naso rotto, e non poteva andare in infermeria, e da solo non sarebbe di certo riuscito a nascondere i segni della botta che aveva preso.
Arrossì violentemente, e si voltò di colpo dall'altra parte, dando le spalle a Josuke. Non riusciva a guardarlo in faccia.

" E va bene! Va bene, smettila! Te lo dirò. Ma devi giurare di non dirlo a nessuno! "

" Okay, okay. Non ti agitare. Prometto. "

Hazamada sospirò pesantemente, la mano che ancora premeva il fazzoletto.

" Allora... Hai presente la palestra, no? Ecco, ho scoperto che.... Devi sapere che nel bagno maschile c'è una piccola finestrella, in alto. nell'ultima cabina in fondo. È una finestrella di servizio, che da sullo spogliatoio femminile, subito di fianco. Un ragazzo di terza mi ha detto che da lì si potevano vedere le ragazze che si spogliavano per andare in palestra, così ho deciso di provare a vedere se era vero. Ho aspettato che tutti uscissero dal bagno, poi ho preso una sedia e mi ci sono messo in piedi sopra. Però non bastava, perché la finestrella è in alto, così sono andato nell'aula vicino, che era vuota, e ho preso un'altra sedia. L'ho messa sopra la prima, e finalmente sono riuscito ad essere abbastanza in alto. E... Insomma, il punto è che non sono proprio un ingegnere. Ero concentrato a guardare le ragazze, e non mi sono accorto che il piede della sedia di sopra stava scivolando. La sedia è caduta e io sono caduto con lei, e ho battuto il naso contro lo stipite della porta. "

Raccontò velocemente il ragazzo. Alla fine, rimase in silenzio qualche secondo, aspettando una reazione. Che ovviamente non tardò ad arrivare.
Josuke scoppiò a ridere, divertito, e continuò per parecchi secondi. Hazamada si girò verso di lui, rosso in volto.

" Smettila di ridere! Non è divertente! "

Si lamentò, cercando di nascondere di nuovo il suo imbarazzo. Josuke, però, era impietoso.

" Sì che è divertente! E non solo, te lo meriti anche. Così impari a cercare di spiare le ragazze. Possibile che non hai ancora capito che è una pessima idea e che soprattutto non è per nulla giusto nei loro confronti! "

" Ma non volevo fare nulla di male! Ero solo curioso! "

Josuke lo guardò male, e Hazamada si fece ancora più piccolo del normale quando Crazy Diamond uscì al suo fianco, l'espressione sul suo volto ancora più minacciosa di quella del suo portatore.

" Se vengo a scoprire che hai fatto di nuovo qualcosa di simile, vengo a romperti il naso personalmente. E forse non solo quello. Sono stato abbastanza chiaro? "

Hazamada mugolò appena, ma annuì velocemente con la testa. Crazy Diamond si fece avanti, e lui tolse il fazzoletto davanti alla faccia, e chiusi gli occhi, forte, sperando nella buona volontà di Josuke. Non che si fidasse particolarmente.
Pochi secondi, e Josuke lasciò un verso soddisfatto.

" Ecco fatto. "

Hazamada riaprì gli occhi, e si tocco il naso, di nuovo integro e soprattutto non sporco ovunque di sangue. C'era qualche rimasuglio di quello di prima, ma almeno aveva smesso di uscire.

" Grazie Josuke! Grazie! "

Josuke sbuffò appena e incrociò le braccia.

" Te l'ho detto. Niente più trovate come questa. Sono stato chiaro? "

"Sì, certo! Allora, cosa... Cosa vuoi in cambio? "

Josuke si voltò, per poi dirigersi verso la porta senza dire nulla.

" Tu fai il bravo, e io sarò a posto così. "

Disse solo, alla fine. Hazamada allargò un sorrisone, per poi annuire ancora una volta. Alla fine, Josuke non era poi così male. Faceva sempre lo spaccone, ma alla fine aiutava sempre gli altri.
O almeno, quasi sempre.
Di certo, Hazamada non aveva alcuna intenzione di scoprire cosa sarebbe successo se non avesse mantenuto la parola data.
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 Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Leone Abbacchio

Rating: Safe

Wordcount: 1004

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Cadere e farsi male


Il mondo non era altro che un ammasso di colori distorti. La realtà stessa sembrava piegarsi su se stessa, autodistruggersi e implodere davanti ai suoi occhi, lasciandolo da solo in uno spazio fatto di nulla, di vuoto e freddo, di nero, di dolore e assenza totale di senso.
Abbacchio non riusciva più a vedere il mondo nel verso giusto. Tutto quanto si accavallava, tutto ruotava, spazio e tempo si fondevano. Nulla aveva senso. Lasciava che la vita lo trascinasse in avanti, in quel mondo fatto di frammenti, di assenza di colori.
Dopo ciò che era successo al suo collega, dopo la deriva che aveva preso la sua vita senza che lui potesse accorgersene, aveva deciso semplicemente di lasciar tutto andare. Aveva lasciato la presa sulla propria vita, ed ora si adattava a quel mondo fatto di assenza di senso, limitandosi ad aspettare che la sua vita si interrompesse, un giorno, senza un come e senza un perché. Abbacchio non sapeva quando era caduto così in basso. Una volta aveva camminato a testa alta sul sentiero che era la vita, seguendo la sua strada e guardando gli altri percorrere la propria, contendo e orgoglioso di ciò che sarebbe stato il suo futuro. Un tempo, quel sentiero era stato lì, sotto i suoi piedi, si distendeva davanti a lui, e nonostante gli ostacoli e le curve l'orizzonte era sempre davanti ai suoi occhi. Poi era cominciata quella spirale fatta di dubbio e frustrazione, e Leone aveva provato ad arrancare lungo al sua strada, l'orizzonte sempre più sbiadito. Aveva provato a continuare, ma tutto era diventato difficile, e senza più l'orizzonte a guidarlo, aveva perso ogni speranza.

Non sapeva, quando era caduto. Non sapeva quale fosse stato l'istante in cui aveva cozzato contro la strada che era la sua vita e si era ferito così profondamente e dolorosamente da perdere l'orientamento. Non sapeva come fosse successo, non sapeva neanche come fare a rialzarsi. Era caduto a terra e si era fatto male ed il mondo era collassato su se stesso. E tutto aveva perso significato.
Leone non aveva più alcun interesse, per quella vita. Sapeva, sperava che un giorno sarebbe finita, e finalmente avrebbe semplicemente potuto morire in pace, senza vedere quell'ammasso immondo attorno a sé, senza sentire il peso del proprio fallimento sulle spalle ad ogni passo. Non sapeva neanche quanto tempo fosse passato. Aveva smesso di contare i giorni da molto tempo, e non si interessava a giornali o qualsiasi cosa che lo collegasse al mondo esterno. Viveva come un relitto, lasciandosi trasportare. Non sapeva neanche se fosse notte o giorno.

L'unica cosa che sapeva era che il campanello di casa sua aveva suonato per la prima volta in... non sapeva quanto tempo. Così, aveva lasciato giù la bottiglia di liquore e si era trascinato verso la porta. Non era realmente interessato a . sapere chi ci fosse dall'altra parte, ma le convenzioni sociali volevano che lui aprisse la porta a chi suonava, e Leone non aveva la forza di mettersi contro quelle leggi.
Fu in quel momento, che tutto cambiò. Nel momento in cui Leone alzò lo sguardo sulla persona davanti a lui, quell'uomo distinto dallo sguardo attento e deciso, che lo guardava in silenzio. Leone non aveva mai visto qualcuno come lui. La determinazione che illuminava i suoi occhi era abbastanza forte da fargli sollevare lo sguardo da terra, per poterlo vedere meglio.
Per un solo istante, Leone dimenticò il tumulto privo di senso che era la sua vita e si concentrò su quell'uomo, aspettando quasi con impazienza le sue parole.

" Leone Abbacchio, giusto? Voglio che tu entri nella mia squadra. Qua non hai nulla, io posso darti di nuovo un motivo per vivere. "

Leone non sapeva come quell'uomo potesse vedere così chiaramente dentro di lui. Le persone avevano cercato di aiutarlo, ma nessuno aveva capito ciò che provava. Non era dolore, non era senso di colpa, non era neanche il fallimento. Era il modo in cui il suo mondo era crollato attorno a lui, perdendo ogni senso, perdendo ogni direzione. Ed ora, quell'uomo lo guardava e gli offriva una nuova direzione. E Leone non aveva alcun interesse a sentire altro. Perché per qualche ragione, sentiva di non avere bisogno di altro. Se quell'uomo poteva di nuovo dare senso alla sua vita, non importava quale esso fosse. Tutto ciò che importava era quella promessa.

Quando qualcuno chiedeva ad Abbacchio come mai avesse deciso di seguire Bucciarati, l'uomo non rispondeva. Perché nessuno poteva davvero capire le sue motivazioni. Nessuno poteva capire il peso di ciò che Bucciarati gli aveva offerto, quel giorno, sotto la pioggia battente.
Abbacchio annaspava nel mare come un naufrago, solo e senza più una direzione. Bucciarati era stato la sua ancora di salvezza, la forza della natura che lo aveva trascinato di nuovo a riva, permettendogli di tornare a camminare sulla sua strada. E non importava se era una strada diversa. Non importava se la morale che un tempo aveva seguito quasi con riverenza era andata persa da qualche parte durante la tempesta. Tutto ciò che Abbacchio sapeva era che era caduto e aveva perso la strada, si era ferito e non aveva più trovato un modo per guarire.
Poi Bucciarati era arrivato e gli aveva teso una mano, aiutandolo a rialzarsi. Abbacchio non aveva più bisogno di vedere l'orizzonte. Il suo percorso non si stagliava più davanti a lui, lungo e prevedibile e programmato. Ma non ne aveva più bisogno. Non aveva bisogno di un senso da seguire, né di trovare il proprio posto. Aveva perso tutto quando era caduto, ma non aveva più bisogno di nulla.
Non importava se non poteva vedere l'orizzonte, perché aveva finalmente trovato la forza di riprendere a camminare. Ed ora, davanti a lui si stagliava la figura alta e snella di Bucciarati, e Abbacchio non aveva bisogno di altro se non della forza di camminare e seguire le sue ombre. Non aveva più bisogno di una direzione, non aveva più bisogno di un orizzonte.
Ora, Bruno Bucciarati era il suo orizzonte.
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Jolyne Cujoh

Rating: Safe

Wordcount: 918

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Addormentarsi e Sognare 

Dicevano che la prima notte in prigione fosse la più difficile. Dicevano che nessuno dormiva davvero, la prima notte, perché il mondo era improvvisamente diventato piccolo ed ostile, e chi non conosceva quella realtà si ritrovava catapultato in un posto dove chi non sa come muoversi non sopravvive.
Jolyne non era preoccupata. Forse perché non era esattamente la sua prima notte, solo la prima da dopo la condanna. O forse perché era troppo impegnata ad essere arrabbiata e ferita e a meditare almeno 500 piani diversi di vendetta per potersi soffermare su quanto miserabile e spaventosa fosse la sua situazione.

Era stesa sul suo letto, la schiena che già si lamentava a causa del materasso sottile che la faceva toccare contro le molle scomode e quasi dolorose della rete, le lenzuola rigide e per nulla utili a tenerle caldo che la coprivano in modo più fastidioso di quanto aveva immaginato quando le aveva tirate su. guardava il soffitto scuro, senza realmente riuscire a vederlo a causa della luce inesistente. C'era qualche fonte di luce fuori, nel corridoio, ma erano talmente fioche che non servivano ad altro se non a dare fastidio a chi cercava di dormire (ma non a lei, quindi non era un suo problema).
Sospirò silenziosamente, cercando di rigirare nella propria testa tutti i pensieri e i ricordi di quella giornata. Dopo tanto tempo passato a cercare di difendere la sua innocenza, aveva finalmente ceduto e ammesso di essere colpevole, solo per poter avere uno sconto di pena. Era giovane, aveva ancora davanti i suoi anni migliori, e non aveva intenzione di spenderli in prigione a causa di uno stronzo che l'aveva incastrata per un crimine che non aveva neanche lontanamente commesso. Ma alla fine dei conti, il suddetto stronzo aveva semplicemente trovato un modo per incastrarla ancora peggio di prima, e ora Jolyne si ritrovava una condanna di 15 anni per le mani, senza poter fare nulla a riguardo. Era furiosa, il suo corpo tremava di collera ogni volta che ripensava a quella mattina, alla sentenza totalmente priva di senso che aveva subito e a quel maledetto avvocato che non aveva fatto altro che fare gli interessi dello stronzo. Erano tutti un branco di stronzi, e ormai Jolyne era sicura che non esistesse al mondo un solo uomo di cui potersi fidare. Il padre si faceva vedere così raramente che Jolyne faceva fatica a ricordare il suo volto, il suo ragazzo l'aveva incastrata, l'avvocato non aveva alcun interesse per lei, ma solo per i soldi che avrebbe ricevuto dopo averla venduta in quel modo. Jolyne si sentiva tradita ed usata da ogni singolo uomo avesse mai conosciuto, quello stronzo della guardia che ò'aveva vista qualche sera prima compreso.

Ringhiò silenziosamente, agitandosi nel letto. Avrebbe voluto prenderli a pugni uno per uno, magari strozzarli con quello strano filo che aveva evocato senza rendersene conto quella mattina. Ancora non sapeva cosa fosse, ma almeno sembrava utile per difendersi in carcere, il che non faceva altro che tornargli comodo. Ergo, aveva deciso di accantonare quel problema.

La realtà era che tutto ciò che Jolyne avrebbe voluto era addormentarsi e avere gli incubi come ogni persona normale al loro primo giorno in un carcere. Voleva svegliarsi il mattino dopo madida di sudore e con gli occhi gonfi di lacrime, sentirsi come se qualcuno l'avesse derubata della parte migliore della sua vita, che era poi effettivamente ciò che era successo. Voleva sentirsi una persona normale, che passa la notte a pensare alle brutte cose che dovrà vivere per i prossimi anni, e viene attaccata nei sogni da tutti i mostri che si è immaginata.
Per una volta, Jolyne voleva reagire come una persona normale. Ma non era così.
Era arrabbiata, non spaventata. E tutto ciò a cui riusciva a pensare era trovare un modo per vivere bene dentro quel carcere, anche prendendo a pugni qualcuno se necessario. Si era sempre adattata fin troppo in fretta e troppo facilmente alle situazioni, anche quando nessuna persona normale avrebbe dovuto. Forse, a conti fatti, in questo caso era un vantaggio. Ma in fondo al suo cuore, Jolyne avrebbe solamente voluto un attimo di calma. Smettere di pensare continuamente, e soprattutto smettere di combattere contro qualsiasi cosa gli si parasse davanti. Sua madre le aveva sempre detto che era una guerriera nata, che aveva preso tutti i geni degli uomini Joestar. Jolyne non conosceva la famiglia Joestar, il padre non si faceva mai vedere e la madre conosceva il resto dei parenti solo di nome.
A Jolyne non piaceva l'idea di essere come loro. Erano figure lontane, e per quanto lei avesse smesso, in fondo al suo cuore, di essere arrabbiata, rimaneva il fatto che stava molto meglio senza saperne nulla.
Anche se, in fondo, sarebbe stato bello conoscerli. Conoscere le loro avventure. Scoprire se era vero che erano guerrieri nati che attiravano avventure incredibili, come la madre le aveva raccontato.
Jolyne affondò la testa nel cuscino e serrò gli occhi, nel tentativo di inseguire il sonno che sembrava non arrivare. Si concentrò su quello che avrebbe potuto fare a tutti gli stronzi che l'avevano abbandonata e ferita e maltrattata, se fosse stata davvero una guerriera.

Jolyne era diversa da tutti gli altri. Non furono incubi pregni della paura del futuro in quel carcere a colorare il suo sonno, quella sera. Furono immagini colorate, lontane e nitide allo stesso tempo, di poteri incredibili, nemici spaventosi, e avventure in giro per il mondo.
Forse, in fondo, era vero. Il sangue dei Joestar non mentiva mai.
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Josuke Higashikata, Shizuka Joestar

Rating: Safe

Wordcount: 1178

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Addormentarsi e Sognare

Josuke non era un babysitter. Non lo era mai stato e non aveva intenzione di diventarlo, e sopratutto non aveva intenzione di avere bambini a prescindere, quindi perché sforzarsi?
Non gli piacevano i bambini, erano complicati e non capiva mai di cosa avessero bisogno. Gli piaceva guardarli, gli piaceva giocarci, ma non riusciva minimamente a comunicare con loro. Aveva provato ad imparare guardando ciò che faceva il vecchio, che invece sembrava essere perfetto per trattare con i bambini piccoli (doveva avere anche una certa esperienza, in fondo), ma non riusciva proprio a decifrare quel codice arcano che era il linguaggio tutto tranne che efficiente dei bambini più piccoli.

Quindi, quando Joseph l'aveva incastrato nel dover badare a Shizuka per quella sera, Josuke si era lamentato parecchio. Non che avesse altro da fare o non volesse passare del tempo con la bambina, che gli stava in realtà molto simpatica, ma non poteva davvero passare così tanto tempo da solo con lei. E se avesse avuto fame? O ancora peggio, se avesse dovuto cambiarla?! Josuke non sapeva cambiare un pannolino. E non sapeva preparare le pappe per i bambini. E altre mille cose.
Ma Joseph e Jotaro non avevano voluto ascoltarlo, gli avevano semplicemente smollato Shizuka in braccio e messo la chiave della stanza del vecchio in mano, dicendo che dentro c'era tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno.

Josuke aveva passato tutta la serata nervoso, ma incredibilmente la bambina era stata più tranquilla di quanto pensasse, portando alto l'onore del suo nome. Si lamentava se Josuke la lasciava troppo tempo nella culla da sola, ma era felice di essere portata in giro per la stanza. Josuke giocò con lei tutta la sera, portandola a cavalluccio e usando Crazy Diamond per controllare che non si facesse male. Era stato molto più divertente di quanto il ragazzo aveva pensato.
Soddisfatto delle proprie doti, era riuscito persino a metterla a dormire all'orario giusto, ed ora era felicemente rilassato sul divano, in attesa che Joseph e Jotaro tornassero da qualsiasi commissione stessero facendo (non voleva davvero saperlo, non aveva neanche tentato di indagare).
Era tardi, e ormai si stava per appisolare anche lui sul divano, quando il pianto improvviso e acuto della bambina gli trapanò le orecchie. Josuke scattò in piedi, preoccupato di un possibile attacco di uno stand. C'era qualcuno? Oppure si era fatta male?!

Corse in camera, Crazy Diamond già al suo fianco pronto ad intervenire, e si guardò intorno allarmato. La bambina non era da nessuna parte, e Josuke corse verso la culla, allungando le mani sul materasso e sperando con tutto il cuore che Shizuka fosse ancora lì. Seguì la sua voce, e finalmente riuscì a trovare col tatto la bambina, diventata invisibile per la paura. La prese subito in braccio, ignorando il proprio corpo che lentamente diventava trasparente come lei, a causa dell'influenza del suo stand. Doveva essere spaventata, pensò. Non c'erano segni della presenza di qualcuno, né la bambina sembrava ferita, si agitava nelle sue mani, ma al tatto Josuke non aveva trovato segni di danni sul suo corpo.

" Hey, hey. Hai fatto un brutto sogno, piccola? "

Shizuka pianse più forte, inconsolabile, e Josuke sospirò pesante. Doveva aver avuto un incubo, era stata così tranquilla per tutta la sera, come doveva fare adesso?!
Non sapeva come consolare una bambina né come farla sentire meglio. Corse in salotto e prese alcuni dei suoi giochi, Crazy Diamond tentò di farli suonare e dondolarli davanti al suo volto nel tentativo di attirare la sua attenzione, ma la bimba sembrava non volerne sapere. Continuava a piangere rumorosamente, e Josuke era sempre più disperato. Era piena notte ed erano in un hotel, di questo passo avrebbe svegliato mezzo edificio. Inoltre, non poteva neanche chiedere aiuto alla reception, visto che ora era totalmente invisibile, a causa dello stando della bambina.

Passavano i minuti, ed ogni tentativo di migliorare le cose sembrava un buco nell'acqua. Josuke si buttò sul letto del vecchio, stremato, la bambina ancora in braccio. La poggiò sul proprio petto, e riprese a pensare così forte da essere quasi rumoroso, nel tentativo di capire cosa fare. Crazy Diamond era seduto accanto a lui, lo sguardo preoccupato che rispecchiava il timore di Josuke.

" Insomma, Shizuka, non so che altro fare. Non vuoi mangiare, non vuoi giocare, non vuoi stare a cavalluccio, non vuoi fare il bagnetto, non vuoi guardare i cartoni, non so più cosa fare. Lo so che gli incubi sono brutti, ma devi tornare a dormire, o almeno smettere di piangere. Non possiamo continuare così, gli altri clienti dell'hotel vorranno la nostra testa domani mattina. "

Josuke continuò a parlare, più a se stesso che altro, valutando le possibilità che aveva ad alta voce. Era assorto nei suoi pensieri, e si era ormai così abituato al pianto continuo della bimba che non si accorse del momento in cui esso lentamente scemò fino a scomparire.
Solo dopo qualche minuto abbassò lo sguardo, osservando perplesso la bimba poggiata sul suo petto. Sbatté gli occhi un paio di volte nel vederla ferma e con gli occhi chiusi, le palpebre appena visibili grazie alla crema che Josuke aveva delicatamente spalmato sul suo volto prima di metterla a letto, in modo da riuscire a vederla.

" ... Ha smesso? Da quando ha smesso?! "

Josuke si voltò verso Crazy Diamond, che però sembrava confuso quanto lui. Shizuka sembrava dormire di nuovo serenamente, si muoveva su e giù sul petto di Josuke, cullata dal suo respiro, le manine chiuse delicatamente intorno al tessuto della sua maglia. Josuke avrebbe voluto alzarsi e tornare sul divano, ma dopo la fatica che ci era voluta per farla riaddormentare non aveva alcuna intenzione di rischiare di svegliarla.
Rimase fermo immobile, non osando fare alcun movimento, e molto presto la stanchezza gli piombò di nuovo addosso, ora che la crisi era passata. Chiuse gli occhi, sospirando appena, e ancora prima di accorgersene cadde in un sonno pesante, un braccio circondato intorno alla bambina e l'altro sulle lenzuola.

---

Joseph aprì la porta della propria stanza, sbadigliando rumorosamente.

" Chissà se quei due sono ancora vivi. "

Commentò a Jotaro, che lo seguì silenziosamente dentro la stanza. Jotaro rise appena appena, per poi sedersi sul divano, mentre Joseph si guardava attorno. Vide Josuke e la bambina stesi nel letto, entrambi pesantemente addormentati, Josuke che la abbracciava e la bambina che stringeva la sua maglia, tenendosi aggrappata. Joseph sorrise dolcemente, conservando silenziosamente l'immagine del ragazzo che cercava sempre di fare il gradasso addormentato con una bambina sul petto. Quel ragazzo era speciale, e Joseph si sentiva in colpa per averlo scoperto così tardi. Ora, però, il minimo che poteva fare era lasciarlo dormire serenamente.
Si voltò verso Jotaro, poggiandosi un dito sulle labbra per fargli segno di non fare rumore.

" Credo che dormirò in stanza con te, per stanotte. "

Jotaro allargò un lieve sorriso, nascondendolo in uno sbuffo, e si alzò di nuovo da divano, pronto ad uscire insieme a lui.

" Ti ammorbidisci sempre di più, vecchio. "

" Ho i miei buoni motivi per farlo. "
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi:
 Yukako Yamagishi, Koichi Hirose

Rating:
Safe

Wordcount: 1355

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Addormentarsi e Sognare



Koichi dormiva sereno, gli occhi chiusi e le mani aggrappate al cuscino che teneva sotto la testa, i capelli argentati sparsi disordinatamente sul cuscino. Sembrava un angelo, il respiro sereno che alzava il suo petto con movimenti lenti e ritmici, le labbra semiaperte che lasciavano uscire un filo d'aria tiepida ogni volta che espirava. Yukako non ricordava di aver mai visto qualcosa di così bello. Koichi era già perfetto quando era sveglio, con la sua mente brillante e i suoi modi gentili, sempre pronto ad aiutare gli altri e sempre pronto ad imparare qualcosa di nuovo. Ma quando dormiva era ancora più bello. Sembrava così rilassato, così libero da tutti i problemi che lo affliggevano ogni giorno, dalla preoccupazione per i suoi amici dalle tendenze decisamente troppo spericolate, e dalla paura per le situazioni in cui volente o nolente ogni tanto si ritrovava, in quanto portatore di stand. Mentre dormiva, sembrava semplicemente un normale ragazzo della sua età, stanco dopo una sessione di studio particolarmente intensa (Yukako si era assicurata che lo fosse, visto che i suoi voti si erano un tantino abbassati nelle ultime prove), che non aveva altro da preoccuparsi se non la successiva interrogazione di inglese.

Yukako prese una copertina leggera, e con movimenti attenti e delicati la stese sul corpo di Koichi, guardandolo con un sorriso delicato. Lui si mosse appena nel sonno, agitò un paio di volte le gambe corte e prese il lembo della coperta tra le dita, tirandosela meglio sopra. Yukako ridacchiò piano, e prese una sedia per sedersi accanto al divano, continuando ad osservarlo mentre finiva i suoi compiti di matematica.
Si chiese cosa stesse sognando, quel ragazzo così dolce e gentile, e si chiese se sognava qualcosa di bello. Sembrava molto rilassato, magari stava sognando di una passeggiata nei boschi, o anche solamente di una giornata passata a divertirsi con i suoi amici. Yukako aveva imparato ad apprezzare tutto ciò che faceva parte della vita di Koichi, aveva imparato a lasciarlo andare, aveva imparato a non tenerlo legato quando non voleva esserlo. E Koichi, incredibilmente, l'aveva perdonata per gli errori che aveva commesso ed era tornato da lei, con la sua fiducia così disarmante, e il suo ottimismo contagioso.

Koichi si mosse ancora un poco nel sonno, agitandosi appena. Yukako alzò la testa dal quaderno e lo osservò con le sopracciglia aggrottate, impensierita da quei movimenti. Koichi aveva la fronte aggrottata e biascicava appena nel sonno, muovendosi e stringendo più volte la coperta tra le mani. La ragazza si irrigidì, impensierita, e tentò di avvicinarsi per svegliarlo. Si fermò a metà strada però, perché in fondo Koichi dormiva solo da poco ed era davvero stanco, si sentiva in colpa a svegliarlo così presto. Allo stesso tempo, sembrava agitato, e il sonno agitato non l'avrebbe di certo aiutato. Rimase ferma a pensarci, cercando di soppesare le possibilità per decidere cosa fare.
Ben presto, i suoi pensieri vennero interrotti da piccoli mugolii del ragazzo, che si muoveva ancora sotto la copertina. Yukako si avvicinò meglio, per capire cosa stesse mugugnando nel sonno, o almeno capire se stava effettivamente parlando o se erano solamente suoni sconnessi.

" Hmmgn... Yu...kako-san... gnnn.."

Yukako sbatté gli occhi un paio di volte, senza riuscire a trattenere il sorriso che lentamente le spuntava sulle labbra. Lei? Koichi stava sognando lei? Yukako non se ne capacitava. Insomma, certo, stavano assieme da qualche mese e passavano molto tempo assieme, facevano i compiti assieme e Yukako si assicurava sempre che Koichi arrivasse a casa propria nei giusti orari e dormisse il giusto, ma una parte di lei ancora non ci credeva, di essere davvero arrivata a potergli stare così vicino. Ancora non riusciva a credere che il ragazzo potesse provare qualcosa di simile per lei. Certo, aveva sempre saputo che erano destinati a stare insieme, ma Koichi era sempre stato duro di comprendonio, non pensava avrebbe potuto capirlo così in fretta.
Lo guardò incuriosita, e lo vide agitarsi ancora un pochino, qualche goccia di sudore gli gli imperlava la fronte. La ragazza si preoccupò, forse Koichi aveva caldo e la coperta non stava aiutando, così decise di prendere delicatamente i lembi e staccare con gesti gentili le sue mani da essi, attenta a non svegliarlo. Koichi mugugnò ancora qualcosa, ma non si svegliò, così Yukako poté prendere la coperta e toglierla delicatamente da sopra di lui, ripiegandola con attenzione e poggiandola sulla sedia più vicina. Soddisfatta, tornò al suo posto, di fianco al divano, per tornare ad osservare Koichi. Era sicura si sarebbe sentito meglio senza coperta, però sembrava starsi ancora agitando, e le piccole gocce di sudore sembravano essere aumentate, anche se di poco. Yukako cominciò a preoccuparsi, se Koichi si fosse preso un'influenza mentre era a casa sua non se lo sarebbe mai perdonato. Avrebbe dovuto chiudere meglio le finestre, o forse accendere il riscaldamento, o forse farlo vestire più pesante, dargli una copertina anche mentre stava facendo i compiti, o...
Oh.
Mentre il suo sguardo scorreva freneticamente lungo il corpo vestito del ragazzo, alla ricerca dei segni della febbre o di qualsiasi altra cosa potesse provargli fastidio, Yukako notò un lieve rigonfiamento all'altezza del suo cavallo. Guardò attentamente la zona, sbattendo un po' gli occhi, il rossore che lentamente saliva sulle sue guance.
Koichi era... aveva... mentre stava sognando...?
Yukako sentì il viso avvampare, e in un impeto di vergogna corse a prendere di nuovo la coperta, lanciandola ancora piegata sulla faccia di Koichi.
Il ragazzo si svegliò di colpo, tirandosi su di scatto e quasi cadendo dal divano a causa del movimento improvviso.

" Yukako-san! Succede qualcosa?! "

Chiese subito, ancora sperso ma subito preoccupato per gli altri, come era sempre. Yukako aveva il volto nascosto tra le mani, e gli stava dando la schiena, ancora troppo imbarazzata per farsi vedere.

" K-Koichi! S-Se volevi fare certe cose avresti dovuto chiedere, sai?! Non si pensa ad una ragazza in quel modo senza chiedere, è da maleducati! "

" Cosa--- Che cosa stai dicendo, Yukak--- "

Il ragazzo si fermò a metà frase, Yukako sentì il silenzio calare per qualche secondo, e poi un urlo allarmato salire da dietro di lei. Sentì Koichi rotolare per terra, mentre si agitava, e il fruscio della coperta mentre probabilmente cercava di avvolgersela addosso.

" No, mi dispiace! Non volevo! Non era mia intenzione, io--- Non penserei mai a te cos--- "

Yukako si voltò di scatto, lo sguardo glaciale che si posava su Koichi. Il ragazzo si zittì di colpo, improvvisamente estremamente preoccupato. Yukako lo guardava con gli occhi colmi di rabbia tagliente.

" Cosa?! Io sono la tua ragazza, Koichi! Osi dire che non penseresti mai a me in quei termini?! Osi forse dire che non sono abbastanza bella per te?! "

La collera nella voce di Yukako fece rimpicciolire Koichi ancora di più, e il ragazzo balbettò qualcosa, cercando la cosa migliore da dire.

" No hai ragione, ho sbagliato! Non volevo dire quello! Io--- Io--- Intendevo dire che mi dispiace non averti detto nulla, non avrei mai voluto mancarti di rispetto! "

Yukako lo guardò fisse qualche secondo, i capelli lunghi corvini che ondeggiavano lentamente alle sue spalle. Rifletté qualche secondo sulle sue parole, e alla fine decise che poteva accettarlo, in fondo. I capelli smisero lentamente di muoversi, e lei incrociò le braccia, guardando da un'altra parte, un piccolo broncio sul viso.

" Se davvero mi rispetti così tanto, la prossima volta lascerai che io me ne prenda cura. "

Disse decisa, voltandosi verso di lui e indicando con un dito il suo pacco (ormai tornato normale, visto lo spavento). Koichi arrossì di colpo, e la guardò. Balbettò un paio di volte, spostò lo sguardo a destra e sinistra, visibilmente imbarazzato.

" Io... Ma sei sicura... Insomma... Io.... Beh.... Credo... Va bene... "

Yukako allargò un sorriso a quelle parole, la collera scomparsa in un attimo. Si avvicinò a Koichi e si abbassò per abbracciarlo, sollevandolo da terra. Lui si agitò un poco, ma un piccolo sorriso gli spuntò sulle labbra.

" Va bene, Koichi. Mi prenderò io cura di te la prossima volta. In fondo, nessuno potrebbe farlo meglio di me. "
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Mohammed Abdul, Jean Pierre Polnareff

Rating: Safe

Wordcount: 1282

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Mettersi a ridere all'improvviso

La luce entrava dalla finestra mezza chiusa, illuminando morbidamente la stanza. La temperatura era calda, ma secca abbastanza da non essere fastidiosa, le lenzuola erano morbide, il materasso comodo, il cuscino alto. Abdul sospirò, mentre si svegliava lentamente, aprendo gli occhi per guardare con un sorriso il soffitto sopra di lui. Tutto sembrava perfetto in quell'esatto, piccolo momento, quel lampo di tempo prima dell'inizio della giornata. Era sempre stato uno dei suoi momenti preferiti della giornata, quei pochi secondi in cui puoi prenderti un momento solo ed esclusivamente per te, senza pensare alla giornata che ti aspetta. Avevano affrontato cose indicibili durante quel viaggio, avevano visto poteri che non credevano possibili, avevano dovuto combattere per la propria vita ormai innumerevoli volte. Abdul stesso aveva visto la morte così da vicino, che la paura ci aveva messo giorni a lasciarlo andare.
Ma in quel momento non importava, tutto ciò che importava era il calore tiepido che lo circondava, il letto comodo, e la luca confortevole che creava una piacevole atmosfera. E soprattutto il peso delicato del corpo grosso ma sottile di fianco a lui, il respiro lento e regolare interrotto ogni tanto da qualche verso basso di Polnareff, che dormiva serenamente.
Abdul sorrise, ripensando alla sera prima. Erano giorni ormai che l'egiziano cercava di avvicinarsi al suo compagno di viaggio, così elegante ed affascinante da disturbare il suo sonno la notte. E Polnareff aveva giocato, per qualche tempo. O forse era solo intimidito da Abdul, o dall'idea di avvicinarsi troppo a lui, proprio durante quel viaggio in cui rischiavano la vita ogni giorno.
Alla fine, però, entrambi avevano ceduto, dimenticandosi tutte le preoccupazioni e tutti i rischi, e concentrandosi per una volta su ciò che volevano davvero. Era stata una notte passionale, ma anche dolce, ed Abdul aveva finalmente potuto sussurrare delicatamente al suo orecchio tutto ciò che aveva pensato in quei lunghi giorni. Era incredibile pensare che un viaggio come quello potesse portare qualcosa di prezioso nella sua vita, ma era ciò che era successo, e Abdul aveva imparato da molto tempo a non mettere in discussione ciò che il destino decideva per ognuno di loro.



Polnareff si mosse di fianco a lui, rotolando fino a poggiarglisi contro, e Abdul allungò un braccio per stringerlo meglio contro di sé, continuando a guardare il soffitto e a pensare alla sera prima, un sorriso rilassato sulle labbra.

" Hey... Abdul. Buongiorno... "

Mugugnò a mezza voce il francese, e Abdul sorrise contento, nel sentire la sua voce impastata dal sonno. Era bassa e morbida, quasi simile a quella di un bambino. Adorabile.

" Buongiorno. Come ti senti? "

" Ho voglia di una doccia... "

Borbottò l'altro. Abdul ridacchiò piano, decidendo che il bisogno del francese era più che giustificato. La sera prima erano davvero troppo stanchi per potersi lavare prima di addormentarsi, e il risultato era che sudore e altri liquidi avevano finito per appiccicarsi addosso ad entrambi, ma soprattutto addosso a Polnareff. Così, Abdul decise di avere pietà di lui e rilassò il braccio, permettendogli di alzarsi. Polnareff rotolò giù dal letto e si avviò lentamente verso il bagno, mentre Abdul cercava senza grande voglia la forza di alzarsi ed iniziare quella che sarebbe stata un'altra lunga giornata di viaggio.
Mancava ancora molto alla loro destinazione. Erano al Cairo, certo, e gran parte del viaggio era alle spalle, ma erano ancora in alto mare con la ricerca della base di DIO. Sembrava introvabile, nessuno nell'intera città riusciva a riconoscere quell'edificio, ed ormai stavano perdendo le speranze.
Abdul sospirò e si alzò a sedere, guardandosi attorno. I vestiti di entrambi erano sparsi per terra, così decise di raccoglierli e dividerli, per poi piegare quelli di Polnareff e lasciarli sul letto, pronti per quando l'altro sarebbe uscito dalla doccia. Preparò i suoi da parte, visto che anche lui avrebbe dovuto lavarsi.

Aspettò con tranquillità che il francese finisse di lavarsi, ma era già mattinata inoltrata e presto sarebbero arrivati Joseph e gli altri a chiamarli. E Abdul non aveva alcuna intenzione di uscire da lì senza lavarsi. Così, quando sentì il getto della doccia chiudersi, decise che Polnareff doveva aver almeno finito con quella, e dopo aver bussato un paio di volte aprì delicatamente la porta, per poter andare a lavarsi lui.

Fu quello, il momento incriminato. L'esatto momento in cui Abdul sollevò lo sguardo su Polnareff e lo vide davanti allo specchio, l'asciugamano intorno alla vita, e l'aria appena interrogativa. Ma soprattutto, i suoi lunghi capelli, nel bel mezzo delle operazioni per essere sapientemente acconciati, erano sparsi ovunque, dritti sulla sua testa, sparati in ogni direzione. Abdul sbatté gli occhi un paio di volte, guardando il francese incorniciato da quella che sembrava una criniera argentata dalle fatture decisamente molto discutibili, e prima che se ne potesse rendere conto scoppiò a ridere. Non voleva offenderlo, ovviamente, lo trovava solo buffo, ma Polnareff non sembrò prenderla bene.
Lo guardò male, e prima che l'altro potesse dire qualcosa prese la porta e la chiuse di scatto, facendola tra l'altro finire sul naso di Abdul.
Abdul si lamentò ad alta voce, massaggiandosi il naso. Ma nessuna delle sue scuse fu accettata dal francese.

Inutile dire che l'egiziano dovette rinunciare alla sua agognata doccia.

----

La sera era ormai calata da qualche ora, ma il gruppo era tornato all'albergo solo da pochi minuti. Abdul seguì Polnareff in camera, sospirando sconfitto. Era da tutto il giorno che il francese gli teneva il muso, rifiutandosi di accettare le sue scuse e in generale di rivolgergli mezza parola.

"... Hey, pensi di parlarmi, adesso? "

Polnareff rimase ancora in silenzio, il volto imbronciato mentre si preparava un tè. Abdul sospirò, e si avvicinò a passo lento, fino a mettersi dietro di lui. Si sporse piano, baciando delicatamente il suo collo. A quanto pareva, era abbastanza. Polnareff si girò di scatto, guardandolo male.

" Ti sei messo a ridere! Dei miei capelli! "

Abdul sgranò gli occhi.

" Ma--- Non era per te, dai, era solo--- Non ti ho mai visto con i capelli in disordine e--- Eri buffo... "

Polnareff sbuffò ancora, un'espressione tradita sul volto.

" Beh?! Stavo ancora finendo di acconciarli! Sei terribile! Mi hai insultato in un momento di debolezza! E non mi aveva neanche chiesto se potevi entrare! Hai distrutto la mia reputazione! "

Abdul non sapeva come rispondere. Allungò le mani, cercando di calmarlo, e provò a parlare lentamente, sperando di non dire nulla di male. come diavolo si era messo in quella situazione?

" Polnareff, non volevo deriderti. Eri solo buffo, ma in un modo estremamente... Carino. Vederti al mattino quando non sei ancora pronto è stata una cosa estremamente dolce. Sei bello sempre, anche quando sei spettinato. Non volevo ferire i tuoi sentimenti, voglio chiederti sinceramente scusa. "

Polnareff borbottò a bassa voce, incrociando le braccia. Aveva ancora il broncio ma sembrava meno arrabbiato. Forse. Abdul non ne era totalmente sicuro.

" ... Davvero era solo per quello? "

Chiese ancora, tra un borbottio e l'altro. Abdul sorrise dolcemente.

" Certo. Mi dispiace, avrei dovuto essere più sensibile. Ma magari, domattina, potresti farmi vedere come aiutarti. Sarebbe un onore poterti dare una mano con i tuoi capelli. Sono bellissimi. "

Polnareff allargò un piccolissimo sorriso, a quel complimento. Alzò di nuovo la testa, per guardarlo timidamente. Sembrò pensarci su qualche secondo, poi si sporse piano verso di lui, poggiando un bacino sulle sue labbra. Abdul sorrise, sollevato.

" Sarebbe molto bello. Però non svelare i miei segreti al vecchio. "

Abdul rise a bassa voce, e allungò le mani per prenderlo per i fianchi, trascinandolo contro di sé.

" Non lo dirò a nessuno. Acconciare i tuoi capelli è un onore solo mio. "
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Joseph Joestar, Caesar Zeppeli

Rating: NSFW

Wordcount: 1103

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Cadere e farsi male


Joseph lasciò un gemito lamentoso, stirando ancora di più la gamba.
" Ahia! Ahia! Fa male, Caesar! Smettila! "

Caesar sbuffò sonoramente, e ignorò le sue lamentele stringendo più forte la benda attorno alla sua coscia.

" Smettila di lamentarti. Grande e grosso, e poi tutte queste storie per una caduta. "

" Una caduta?! Mi sono piantato un pezzo di roccia nella coscia! Dovresti essere più comprensivo! "

" E tu dovresti usare meglio le onde e fermare da solo il sangue, magari velocizzando la guarigione. Ma hey, nessuno è perfetto. "

Joseph si lamentò ancora, ma incrociò le braccia e rimase fermo, lasciando finalmente che l'altro potesse fasciargli la gamba con più calma. Caesar osservò attentamente la fascia e la bendatura sotto, che chiudeva il buco lasciato dalla roccia che si era conficcata nella sua carne. Non era una ferita particolarmente grave, ma il sangue era uscito abbastanza copioso, facendo preoccupare Lisa Lisa ma soprattutto facendo lamentare ancora di più Joseph. Per fortuna, Caesar era bravo a trattare quel tipo di ferite, e per fortuna era in un momento abbastanza buono da riuscire a passare oltre quanto fosse incredibilmente irritante il modo di fare del suo compagno di allenamenti.

Joseph si guardò la gamba, provando a muoverla su e giù, e provando a girare un po' la coscia, per sentire quanto tiravano i muscoli. Fece una piccola smorfia, ma sembrava comunque abbastanza soddisfatto del risultato da non lamentarsi oltre.

" Allora, sei convinto ora del fatto che non morirai tra pochi minuti? "

Joseph si imbronciò, incrociando le braccia. Era difficile vedere le sue espressioni, con quella maschera che gli nascondeva la bocca, ma le sue sopracciglia arcuate parlavano per lui.

" Potrei ancora morire a causa di un'infezione, non sono per niente fuori pericolo. "

Fece notare, sbuffando ancora. Caesar sospirò. Era impossibile far stare tranquillo Joseph. Non solo, era impossibile lavorare con lui se continuava a lamentarsi così.

" Senti, facciamo una cosa. Per oggi finiamola qua con gli allenamenti, avviserò io Lisa Lisa. Tu mettiti giù e riposa un poco. "

" Ma Caeeeesaaar come faccio a dormire?! Sono malato! Infortunato! Potrei morire da un momento all'altro! "

Un altro sospiro. Caesar pensò che, in fondo, se l'avesse ucciso nessuno lo avrebbe biasimato troppo. Ancora si chiedeva dove trovasse la pazienza di passare con lui tutte le sante giornate.

" Ed esattamente cosa vorresti che io facessi per risolvere questa incredibilmente distruttiva e tragica situazione? "

Joseph lo guardò allegro a quella domanda, e Caesar si pentì immediatamente di averla posta. Joseph si sporse in avanti, guardandolo da vicino, e allungò una mano per passare due dita sotto il suo mento.

" Potresti darmi una mano. Tu, la tua infinita gentilezza e l'immenso amore che provi per me, le tue bellissime ed angeliche labbra... "

Caesar roteò gli occhi e sbuffò rumorosamente. Ovviamente. Come aveva potuto non pensarci. E soprattutto, come aveva potuto cadere così facilmente nella sua dannata trappola. Stupido Joestar.

" Davvero?! "

Joseph sfoderò il suo sguardo più sicuro e penetrante, e Caesar dovette ammettere di sentirsi parecchio debole. Dannato.

" Davvero. Mi renderesti così immensamente felice, e mi aiuteresti a sentirmi meglio. In fondo sono caduto mentre mi allenavo insieme a te, per combattere questa ardua battaglia con te, e insieme potremo salvare il mondo da creature indicibili, cosa vuoi che sia un piccolo segno del tuo profondo amore per me, piccolino piccolino... "

Caesar alzò le mani, sconfitto. Tutto, pur di farlo smettere di parlare.

" E va bene. Ma sai una cosa? Quando ti libererai di quella dannata maschera, dovrai pagarmi tutto quanto con gli interessi. "

Joseph rise a bassa voce.

" Sarò lieto di farlo, luce dei miei occhi. "

Caesar gli diede una piccola spinta, e non rispose. Si limitò a guardarlo male, prima di scendere in ginocchio tra le sue gambe e allungare una mano verso i suoi pantaloni. Allargò un sorrisetto, premendo delicatamente il palmo contro il suo cavallo e roteando lentamente il polso, strofinando la mano nel modo che sapeva avrebbe fatto sciogliere l'altro. Joseph lasciò un gemito basso dietro la maschera, e appoggiò si appoggiò allo schienale del divanetto, il respiro già pesante. Caesar lo sentì annaspare, la maschera che probabilmente gli aveva chiuso l'ingresso dell'aria a causa del respiro poco regolare. Ben gli stava.

Pochi minuti, e Caesar sentì il membro di Joseph gonfiarsi lentamente nei pantaloni, fino a premere prepotentemente contro il tessuto. Soddisfatto, aprì i pantaloni per liberarlo con una mano, avvolgendo le dita intorno alla lunghezza e tirandolo delicatamente fuori. Scese lentamente, fino ad appoggiare le labbra sul lato del suo membro, per poi strofinarle delicatamente, facendole scorrere fino alla punta. Joseph tremava visibilmente, le mani affondate nel divano, saltava appena ogni volta che contraeva troppo i muscoli della gamba ferita.
Caesar sorrise, soddisfatto. Non c'era nulla che gli piacesse più di aver quel totale controllo sull'altro. Un solo gesto, e Joseph si sarebbe sciolto tra le sue braccia, pregandolo per avere qualcosa in più. Visto quanto era stato irritante tutto il giorno, avrebbe anche potuto vendicarsi. Ma in fondo Joseph era ferito, prendersi gioco di lui in quel momento era fin troppo crudele.

Caesar avvolse le labbra attorno alla sua punta, per poi scendere lentamente. Cominciò a succhiare il suo membro con movimenti lenti, la mano che stringeva la base con forza, massaggiandola a ritmo.
Joseph, come sempre, non era per niente in grado di stare zitto. Lasciava piccoli mugolii, intervallati da mezze parole e complimenti sconnessi nei confronti del compagno. Allungò una mano tra i capelli biondi dell'italiano, senza premerlo, semplicemente carezzando i suoi capelli, con una delicatezza che a prima vista poteva non sembrare la sua prima qualità.

Quando Joseph si avvicinò al limite, tentò di avvertire Caesar tirando un poco i suoi capelli. L'italiano, in risposta, scese meglio sul suo membro, succhiandolo con più forza, fino a sentirlo venire nella propria bocca. Joseph respirava pesante, e tremava ancora quando Caesar si rialzò, un sorrisetto soddisfatto sul volto, pulendosi l'angolo della bocca con il dorso della mano. Joseph deglutì rumorosamente.

" G-Grazie, Caesar. "

" Non te la tiri più così tanto adesso, eh? Beh, figurati, Joestar. Ma se la prossima volta che ti fai male ti lamenti di nuovo così tanto, giuro che ti lascio alle cure di Lisa Lisa. "

Joseph sbiancò visibilmente. Caesar decise che probabilmente aveva spiegato più che chiaramente come stavano le cose. Diede una pacca sulla spalla a Joseph, che sembrava ancora scosso a quella idea.
" Mi raccomando, dormi bene. Non vorrei che il tuo prossimo infortunio capiti troppo presto... "


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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Josuke Higashikata, Koichi Hirose, Mikitaka Hazekura

Rating: Safe

Wordcount: 1026

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Ridere all'improvviso

Koichi guardò Josuke con aria perplessa.

" Tu ha bisogno di... cosa ? "

" Un nascondiglio! Nascondimi, Koichi! Prima che arrivi Rohan! "

Josuke si appiccicò meglio contro il muro. Mikitaka, di fianco a lui, sembrava mortificato, ma Koichi non aveva idea di quale potesse essere il problema.

" E va bene! Vieni con me a casa mia, muoviti! "

Rispose semplicemente, facendo segno all'amico di seguirlo. Josuke lo ringraziò ripetutamente, seguendolo veloce e circospetto lungo la strada. Mikitaka li seguiva a sua volta, sembrava davvero molto triste. Koichi decise che, una volta arrivati a casa, avrebbe cercato di capire cosa lo faceva sentire così. E se era colpa di Josuke, il ragazzo lo avrebbe sentito. Mikitaka era una persona (alieno?) così buona e gentile, non si meritava di venire trattato male da Josuke.

Arrivarono a casa nel giro di pochi minuti, ed una volta varcata la porta Josuke tirò un grosso sospiro di sollievo, guardando Koichi con occhi carichi di gratitudine.



" Ti sono debitore, Koichi. Grazie. "

Koichi, però, non aveva alcuna intenzione di stare lì a sentire le sue scuse o i suoi ringraziamenti. Voleva spiegazioni. Incrociò le braccia, e aggrottò le sopracciglia, cercando di farsi più alto di quanto non fosse.

" Si può sapere cosa succede?! Perché Mikitaka è così triste?! E perché stai scappando da Rohan sensei?! "

Josuke sospirò pesantemente, passandosi una mano sulla fronte. Aprì la bocca per parlare, ma fu bloccato da Mikitaka, che intervenne per primo.

" È colpa mia! Mi dispiace, Josuke! Ti eri fidato di me! "

Josuke agitò le braccia, nel tentativo di calmarlo.

" Ma no! Non preoccuparti! "

Koichi si stava spazientendo.

" Hey! Rispondetemi! "

Josuke sospirò ancora.

" Allora... devi sapere, eravamo andati a casa di Rohan. Per... avere una rivincita a dadi. "

" A dadi? E cosa c'entra Mikitaka? "

" Mikitaka era i dadi. "

" Mikitaka era COSA?! "

Koichi lo guardò con aria incredula. Josuke si passò una mano sulla nuca, ridendo appena.

" Andiamo Koichi, non prendertela così... non è niente di grave, e poi cosa vuoi che sia, Rohan è pieno di soldi, anche se ne perde qualcuno con me non cade mica dall'alto... "

" Josuke!! "

" Vuoi sentire il resto della storia o no?! "

Koichi sbuffò, ma rimase in silenzio, facendo segno all'altro di continuare. Josuke annuì un poco e riprese a parlare.

" Ecco, eravamo a casa di Rohan, e avevamo ricominciato la nostra partita. Questa volta Mikitaka ha anche preso delle caramelle contro la nausea, quindi eravamo sicuro che sarebbe andato tutto bene. Ha anche evitato di fare tutti risultati bellissimi come l'ultima volta, così Rohan non si è insospettito troppo. Il problema è che ad un certo punto Rohan ha... preso i dadi in mano, e siccome stava perdendo, era tutto assorto nei suoi pensieri, e si era messo a strofinare i dadi con le dita, e... "

Mikitaka lasciò un piccolo gemito carico di vergogna. Josuke sospirò, poggiandogli una mano sulla spalla nel tentativo di consolarlo. Koichi guardò Josuke con aria interrogativa.

" E cosa?! "

" Ha fatto il solletico a Mikitaka. E lui è scoppiato a ridere dal nulla, perché non riusciva più a trattenersi. Rohan si è insospettito, perché non è esattamente normale che dei dadi scoppino a ridere... e ha capito che lo stavamo... che non eravamo esattamente nel totale rispetto delle regole, ecco. "

" Rohan vi ha scoperto mentre baravate a dadi?! Ti vorrà morto, come minimo! "

Josuke sospirò.

" Proprio per questo ci stiamo nascondendo da te! In fondo, non potrebbe mai radere al suolo la tua casa. Ti vuole troppo bene. "

" Mi stai usando come sottospecie di ostaggio?! "

Josuke agitò le mani davanti a sé.

" Ma no! Non lo farei mai! Andiamo! Al massimo, come capro espiatorio... o qualcosa di simile... magari scudo umano... "

Koichi aggrottò le sopracciglia, offeso. Prese delicatamente Mikitaka e lo portò in cucina, offrendogli un succo di frutta per calmarlo (Mikitaka accettò tutto allegro, e sembrò riprendersi un minimo), poi tornò da Josuke, aprì la porta di casa, e cominciò a spingerlo fuori.

" Koichi?! "

" Non ho intenzione di farti da scudo umano! Se hai barato, esci là fuori e prenditi le tue responsabilità! "

Josuke lasciò qualche verso spaventato, mentre finiva in giardino.

" Andiamo, abbandoneresti davvero un amico nelle mani di una persona violenta e molto arrabbiata?! "

Koichi lo guardò male, e in tutta risposta chiuse la porta di casa, tornando dentro da Mikitaka. Sentì Josuke lamentarsi da fuori, ma decise di non preoccuparsene. Era stato un irresponsabile! Già la prima volta era scappato a malapena, ed era pure tornato a giocare contro Rohan, barando nello stesso identico modo della volta prima. E aveva messo in mezzo anche il povero Mikitaka! Questa volta, avrebbe dovuto vedersela da solo.
Koichi tornò in cucina, dove Mikitaka aveva finito il succo, e ora lo osservava con aria un poco preoccupata.

" Ma Koichi, davvero credi che Josuke sopravviverà all'ira di Rohan, questa volta? "

Koichi alzò appena le spalle.

" Nah. Oggi è giorno di consegna per le tavole per Rohan sensei, e mi ha detto stamattina che avrebbe dovuto passare tutto il pomeriggio a finire, perché ha procrastinato tutta la settimana. Se poi si è ancora perso dietro al giocare a dadi con voi, sarà sicuramente bloccato in casa a finire. "

Mikitaka sbatté gli occhi un paio di volte.

" E perché non l'hai detto a Josuke? "

" Magari così, la prossima volta impara. "

Mikitaka rise a bassa voce, gentile.

" Dubito. Sembra sempre così testardo. "

" Forse hai ragione. Magari la prossima volta andrò a dire a Jotaro che va in giro per la città a barare. "

" E pensi che lui lo punirà? Sembra un tipo pericoloso. "

" No, non credo. Però Josuke avrà di nuovo parecchia paura. Basterà quello. "

" Koichi! Alla fine dei conti, sei tu quello più pericoloso di tutti! "

Koichi rise appena, scuotendo la testa.

" Non hai mai avuto a che fare con Yukako, allora. Credimi. "
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Fandom: Fate Series

Personaggi: Waver Velvet

Rating: Safe

Wordcount: 592

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Addormentarsi e sognare




Erano passati anni, eppure capitava fin troppo spesso. Anche quella mattina, Waver si era alzato grondante di sudore, il peso dei sogni che avevano colorato la sua notte ancora sulle spalle.
Erano passati tanti anni, ma la presenza del suo Re non aveva mai lasciato il suo fianco. La notte, quando il mondo dormiva e il mago abbassava le sue barriere, poteva ancora sentire i suoi sussurri. La sua voce in lontananza che lo spronava ad andare avanti, vivere la sua vita come un vero conquistatore, dimenticando tutto ciò che gli altri maghi gli dicevano. Potevano dire che non era abbastanza. Potevano dire che era debole, che il suo sangue non era abbastanza pregno di magia per poter davvero diventare un mago potente, ma quelle parole erano più forti. Basse, sussurrate, eppure tonanti nella loro assolutezza. Ancora una volta, era Iskandar a ispirarlo, spronarlo, spianargli la strada per fargli vedere ciò che lo attendeva in fondo.

Ogni volta che quei sogni tornavano, ogni volta che quella voce tornava a sussurrare vicino al suo orecchio, Waver sentiva il petto stringersi. Avrebbe voluto tendere una mano, cercare di raggiungerlo. In tanti dei suoi sogni brancolava nel buio, cercando a tentoni il grande imperatore, urlando il suo nome mentre cercava di raggiungerlo. Ma Iskandar era sempre troppo lontano, in un mondo in cui Waver non poteva raggiungerlo. Tanti altri sussurri lo tentavano. Dicevano che bastava poco, per congiungersi nuovamente con lui. Bastava lasciarsi andare. Bastava un sospiro, e tutto sarebbe finito. Avrebbe potuto raggiungere quel reame in cui solo le anime senza più corpo potevano entrare.
Ma Waver aveva fatto una promessa, a quel suo stesso Re. Aveva promesso che sarebbe stato suo testimone nel mondo, che avrebbe continuato a vivere per lui e per il suo ricordo. E non poteva tradire quella promessa. Quindi, poteva solamente guardarlo da lontano, sentire la sua voce che flebile ma sicura arrivava fino a lui. Godere di quel piccolo contatto, urlare in sua direzione nel tentativo di farsi sentire ancora una volta. Per ricordargli che lui era ancora il suo fedele suddito. Che non aveva mai dimenticato la sua promessa, e mai lo avrebbe fatto.

Waver sospirò, cercando di scrollarsi di dosso quella sensazione di pressante e dolorosa malinconia che lo colpiva quando si risvegliava da quei sogni troppo vividi per essere solamente sogni. Si alzò dal letto e attraversò la stanza, raggiungendo lo scatolino in legno intarsiato nel quale custodiva il prezioso pezzo di stoffa con il quale aveva evocato il grande Alessandro Magno. Strinse le dita sulla stoffa rossa, come se quel semplice contatto potesse dargli la forza di cui aveva così disperatamente bisogno in quell'esatto momento.
Doveva solo tornare a letto. Ricordarsi ciò che aveva ereditato da quell'uomo che aveva cambiato la sua vita con un soffio. Ricordarsi che la morte non bastava a ingabbiare lo spirito di chi aveva giurato fedeltà al Re dei Conquistatori.
Doveva solo respirare, ricordarsi quante cose aveva ancora da fare. Quanto lavoro. Quanti obiettivi.
Un giorno, il suo tempo sarebbe giunto, e avrebbe potuto raggiungere il suo Re, fiero di tutto ciò che era riuscito ad ottenere dalla vita. Un giorno, avrebbe potuto raccontargli ogni cosa, ogni avventura. E ogni sogno.
Un giorno, si sarebbero rivisti. Waver ne era certo. Ma ora, il suo compito non era ancora finito.
Tornò a letto, e chiuse gli occhi, cercando di ricordare da quale punto della sua mente proveniva quella voce. Poteva ancora correrle incontro, sentirla per qualche altro secondo, prima di ricadere nelle braccia di Morfeo, in attesa del nuovo giorno.
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Fandom: Overwatch

Personaggi: Gabriel Reyes, Jesse McCree

Rating: Safe

Wordcount: 577

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Cadere e farsi male

Le spire si estesero in un movimenti unico ed armonioso, veloci e letali attorno al braccio di Gabriel. Un lampo, un secondo in cui tutto il mondo attorno a lui divenne nero, e subito dopo il comandante di Blackwatch si trovò a terra.
Non sapeva cosa fosse successo, riusciva a sentire in un angolo della propria mente che doveva essersi fatto male al braccio ed alla gamba, sentiva il bruciore acuto di tagli appena fatti sulla pelle. Sentiva in lontananza anche la voce di Moira, che sembrava stesse chiamando qualcuno, forse altri medici. Non lo sapeva, né era interessato a scoprirlo. Tutto il mondo attorno a lui sembrava lontano, era come essere chiuso in una bolla. Il suo stesso corpo sembrava appartenere a qualcun altro. Tutto ciò che Gabriel riusciva a sentire vicino a sé era quella voce, quel sibilo lontano, un fruscio indistinto nel quale il comandante non distingueva alcuna parola. Eppure, ne aveva paura. Una paura forte, cocente, totalizzante, come mai ne aveva sentite prima. Aveva paura perché quel sibilo era vicino, e tutto il resto, tutto il suo mondo, era lontano, sempre più lontano. La sua vita, il suo corpo, tutto sembrava star scivolando via dalle sue dita, ogni giorno di più.

Moira entrò nel suo campo visivo, e probabilmente avvolse un braccio intorno alle sue spalle, perché Gabriel si sentì sollevare lentamente. Avrebbe voluto parlare, e avrebbe voluto aiutarla, ma non riusciva ad avere alcun controllo sul proprio corpo. Tutto ciò che poteva fare era guardare mentre un paio di uomini che conosceva di vista si aggiungevano alla dottoressa, aiutandola a sollevarlo, e portandolo di peso fino al lettino, per farlo sdraiare. Sentì Moira chiamarlo ripetutamente, ma era come se i suoi nervi non volessero rispondere ai suoi diretti comandi. Era tutto troppo lontano, tutto troppo scuro.

Gabriel si era lasciato andare a quella sensazione di estraniamento, senza riuscire a capire come reagire. Il sibilo continuava ad avvolgere i suoi sensi e la sua mente, allontanandolo sempre di più dalla realtà, e Gabe si sentiva scivolare, sempre più a fondo, sempre più dentro quel buco di vuoto che lo circondava.
Poi, una voce ruppe ogni barriera, ogni distanza, squarciò la bolla che lo allontanava dal mondo esterno, e lo prese come un uncino, indicandogli la via di casa.

"Hey, boss! Boss! Stai bene? Moira, dannazione, ti avevo detto di smetterla!"

E Gabe, se avesse potuto, avrebbe riso. Perché la rabbia mista a preoccupazione di Jesse coloravano la sua voce, rendendo il suo accento più marcato del solito. Era divertente, ed era casa, più di ogni altra cosa in quel posto. E Gabe vide la strada di casa, e reagì con tutta la propria forza, rompendo la bolla e riemergendo per tornare in controllo del suo corpo, tranciando le spire di oscurità, ignorando il sibilo in fondo alla sua mente.

" Sto bene. "

Sussurrò solo, perché valeva la pena tornare dall'inferno solo per poter rassicurare il suo cowboy. E Jesse ignorò di colpo Moira, tornò a guardarlo, ed aprì un sorriso sollevato.
E Gabriel poteva sentire ancora quel sibilo, poteva avvertire le spire nere scivolare dentro al suo corpo, sotto la pelle, poteva sentire quel nuovo potere avvolgerlo e trascinarlo giù, sempre più giù, ma in quel momento non importava. In quel momento era ancora a casa, ancora per un po'. Ed ogni secondo in più in compagnia di Jesse McCree era abbastanza per ripagarlo di ogni sofferenza che sarebbe un giorno arrivata.
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Fandom: Hamilton

Personaggi: Lafayette, Peggy Schuyler

Warning: Modern!AU

Rating: Safe

Wordcount: 507

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Cadere e farsi male

Lafayette guardò Peggy con aria perplessa, mentre cercava di imitare i suoi movimenti. Lei sorrideva, cercando di incoraggiarlo. Batteva lentamente le mani, ripetendo i movimenti che aveva ormai fatto vedere al ragazzo milioni di volte. Meno male che Alex ed Eliza avevano scelto delle canzoni tranquille per i balli del loro ricevimento di matrimonio, o quello che era già un incubo così non sapeva cosa sarebbe diventato. La cosa più divertente era che Lafayette non era il primo del gruppo che veniva piangendo da lei a chiedere aiuto: Hercules aveva voluto lezioni (non che fosse difficile, era un ballerino nato esattamente come lei, e poi si trovava sempre bene a passare del tempo con lui) e soprattutto, cosa di cui non avrebbe mai smesso di vantarsi, niente meno che Aaron Burr, colui che tutti pensavano fosse un androide travestito da essere umano mandato sulla terra da un popolo alieno per scoprire le debolezze della razza umana.
Ad ogni modo, Laf era sicuramente il più difficile tra tutti. Nonostante fosse una persona estremamente elegante nella vita di tutti i giorni, sembrava mancare totalmente di coordinamento. E non solo, il suo senso del ritmo era ottimo, ma la memoria dei passi era inesistente. Tutto il pomeriggio, e non avevano ancora finito uno straccio di coreografia per la prima canzone.

"Bravo! Continua così. Destra, sinistra, e ancora destra... Oddio Laf! Stai bene?!"

La ragazza corse al suo fianco, spaventata nel vederlo cadere a terra rovinosamente dopo aver cercato di incrociare i piedi per eseguire i suoi passi, fallendo miseramente. Lafayette si lamentò un po', la schiena che faceva male a causa della botta, ma soprattutto profondamente ferito nell'orgoglio.

"Non sono capace! Peggy, non ci riuscirò mai, sono troppo impacciato per queste cose..."

Si lamentò, per l'ennesima volta durante la giornata. Peggy, che l'aveva visto cadere almeno altre tre volte solo nelle ultime due ore, sospirò pesantemente. Cominciava ad essere seriamente preoccupata, per la sua schiena. Se continuava così, si sarebbe fatto male davvero prima o poi. O forse avrebbe semplicemente continuato a lamentarsi.

"Non devi abbatterti così. La danza è prima di tutto istinto, devi lasciarti andare, non pensare troppo ai passi, o finirai solo per inciamparti continuamente."

"Ma inciampo già continuamente!"

Si lamentò ancora lui, mentre lentamente cercava di alzarsi. Peggy sospirò di nuovo. Come diavolo faceva ad insegnare la divina arte del ballo a qualcuno che continuava ad essere così poco collaborativo?

"Senti, tesoro. O ti alzi in piedi e riprendi ad allenarti, o ti faccio alzare a calci nel sedere. Non vorrai mica fare brutta figura al matrimonio di Alex ed Eliza, vero? Sai, quello dove ci sarà il capo di Alex, il signor Washington, quel signore sempre tutto d'un pezzo, sempre vestito bene, proprio lui..."

Lafayette arrossì vistosamente, e borbottò qualche parola a mezza voce prima di rialzarsi in piedi.

"E va bene! Diamoci da fare, forza!"

Peggy sorrise, soddisfatta dalla sua reazione. Gli uomini erano tutti uguali: avevano solo bisogno della giusta spinta. E meno male che sapeva perfettamente qual era quella giusta per Lafayette.
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Jotaro Kujo; Josuke Higashikata

Rating: Safe

Wordcount: 950

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Addormentarsi e Sognare



Il buio lo avvolgeva, e non c'era nulla che Jotaro potesse fare. Quella coltre nera, così spessa da sembrare solida, lo avvolgeva e gli impediva di vedere qualsiasi cosa, di fare qualsiasi cosa, di pensare anche solo ad un modo per potersene liberare. Era spaventosa ed era pericolosa, lo poteva sentire sulla propria pelle.
Ma non era quello che lo preoccupava.
Ciò che lo stava dilaniando era il suono. Quel rumore ovattato, come lontano ed irraggiungibile, ma allo stesso tempo abbastanza chiaro da poter capire di cosa si trattava: erano nomi urlati al vento, voci cariche di paura, disperazione, frustrazione. E Jotaro riconosceva quelle voci, riconosceva la voce alta e chiara del vecchio, riconosceva la voce profonda ma scossa dalla paura di Abdul, riconosceva la voce rombante ma carica di preoccupazione di Polnareff, e quella solitamente così calma e controllata di Kakyoin, che invece ora sembrava scossa da un dolore che lo stava dilaniando.

E Jotaro sentiva tutto, sentiva le loro parole, le loro urla, sentiva i suoi amici chiamarsi a vicenda e cercare di capire se gli altri erano ancora vivi, sentiva il vecchio e Polnareff urlare contro un nemico che Jotaro non poteva vedere, maledicendolo per ciò che stava facendo. Jotaro sentiva, lontano eppure così chiaro, ed era un dolore insopportabile. I suoi amici morivano attorno a lui, e lui era bloccato in quella coltre nera che non gli lasciava via d'uscita. Agitava le braccia prendeva a pugni il nulla, Star Platinum urlava la sua rabbia sferrando i suoi pugni più potenti contro il nero davanti a lui, ma nessuno dei due riusciva a fare niente, era come prendere a pugni un corso d'acqua, che continua a scorrere totalmente disinteressato.
Jotaro continuò a colpire il nulla, cercò di urlare, di chiamare i suoi amici, ma la sua voce si perdeva in quella bolla nera. Era inutile, qualsiasi cosa facesse era totalmente inutile. Continuò ad agitarsi, a cercare di urlare, di colpire ciò che aveva davanti. Cercò di calmarsi e guardarsi intorno, trovare il più piccolo appiglio, ma era tutto inutile. E le voci continuavano ad urlare, ed allo stesso tempo lentamente scemavano, e Jotaro poteva sentire la vita abbandonare i suoi amici. Non poteva smettere, doveva continuare, lottare contro quel nemico invisibile che lo avvolgeva e lo bloccava, e così continuava a colpire, a urlare, anche quando i suoi muscoli cominciarono a fare male, quando le sue gambe cominciarono a cedere sotto il suo peso. Non sapeva quanto tempo fosse passato, ma le voci erano sempre più flebili, e Jotaro sempre più stanco, e la tensione e la disperazione lo avvolgevano più strette di quelle spire nere, soffocandolo dall'interno. La voce profonda di Star Platinum urlava la sua disperazione, la sua frustrazione, graffiando le orecchie di Jotaro. Ma nessuno dei due poteva fare niente, continuavano a colpire inutilmente quella coltre inamovibile.
E le voci, sempre più deboli, li stavano abbandonando.
E Jotaro continuava a colpire, senza più forza, mosso solo dal desiderio di sentire ancora quelle voci. Non potevano lasciarlo da solo. Non poteva rimanere da solo di nuovo. Non potevano andarsene. Non potevano morire lontano da lui, mentre lui era bloccato in quel mondo nero.
La forza lo abbandonava sempre di più, e Jotaro crollò in ginocchio senza quasi accorgersene, Star Platinum piegato dalla propria stessa fatica tanto quanto lui. Jotaro guardò la coltre scura, quel nemico che non poteva abbattere in nessun modo, né con la forza bruta, né con la propria intelligenza. aveva cercato di appigliarsi ad ogni sua dote, e nulla era servito, era stato sconfitto ed i suoi amici, lontani, erano morti a causa sua, urlando di dolore.

" Jotaro? Jotaro! "

La voce cristallina del ragazzo lo raggiunse da lontano, strappandolo da quel mondo buio, forte e decisa come un uncino, ma delicata e gentile come... Jotaro non sapeva definire come.
L'uomo aprì gli occhi di scatto, guardandosi attorno. La stanza d'albergo era scura, ma la luna illuminava le pareti e parte dell'arredamento, ricordandogli dove si trovava. Era a Morioh, la piccola ma piacevole cittadina giapponese nel quale si era fermato per qualche mese. Ed era sera. E quella voce, quella mano che gli stringeva gentilmente la spalla, quello poteva essere solo Josuke.
Jotaro voltò la testa a guardarlo, il volto del giovane fiocamente illuminato, ma i suoi occhi erano abbastanza visibili da strappare un sorriso al maggiore.

" Oh, sei sveglio. Sembravi agitato, nel sonno. Incubi? "

Jotaro si portò una mano alla testa. Un incubo, certo. Non era la prima volta che succedeva. Riusciva ancora a sentire la sensazione pressante dell'oscurità sulla pelle, nelle sue orecchie la voce dei suoi vecchi amici ancora vibrava della stessa forza e dolore. Doveva essere un incubo. In fondo, gli incubi erano l'unico posto in cui poteva ancora sentire la voce di alcuni di loro. Diversamente dalle altre volte, però, Jotaro non si era svegliato al mattino madido di sudore, soffocando a malapena un gemito di dolore, con il corpo che tremava e le mani strette così forte che le dita facevano male. Guardò di nuovo verso il ragazzo, che ancora aspettava una risposta alla sua domanda. Colui che l'aveva preso e trascinato fuori da quella bolla di oscurità, colui che forse non poteva cambiare il passato, e non poteva curare le sue cicatrici, ma si prodigava ogni giorno nel tentativo di migliorare il suo futuro e proteggerlo da nuove ferite. Jotaro allargò un lieve sorriso, nascosto nella penombra.
Probabilmente gli incubi non se ne sarebbero mai andati, ma era bello sapere che qualcuno poteva trascinarlo fuori, se quel peso diventava... Troppo.

" Torna a dormire, Josuke. Non è nulla. "

E forse, per una volta, quella frase era una menzogna solo per metà.

Yours

Mar. 9th, 2019 10:35 pm
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Fandom: JoJo's Bizzarre Adventures

Personaggi: Shinobu Kawagiri, Kosaku Kawagiri (Kira Yoshikage), Hayato Kawagiri

Rating: Safe

Wordcount: 945

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Addormentarsi e sognare

Kosaku prese i suoi polsi, stringendoli con forza tra le sue dita forti, e li bloccò contro il muro dietro di lei. Shinobu lasciò un sospiro pesante nel sentire il corpo del marito premersi contro il proprio, gli occhi fissi nei suoi, così glaciali, eppure così eccitanti. La donna inarcò la schiena nel tentativo di cercare maggiora contatto, maggiore vicinanza, ma il marito continuava a tenerla bloccata, impedendole di muoversi quanto avrebbe voluto.
Kosaku abbassò la testa, baciando con controllata foga il collo della donna, che lasciò andare un lieve gemito nel sentire le sue labbra calde sulla pelle. Erano tanti anni che non sentiva qualcosa di simile, quel trasporto e quella passione che il marito le aveva rovesciato addosso dal nulla. Sembrava un'altra persona, forte e controllato ma passionale e pieno di desiderio. Shinobu non poteva fare altro che arrendersi a lui, offrendogli il proprio corpo più sinceramente e felicemente di quanto avesse mai fatto prima.

Senza alcun preavviso, il marito la prese per i fianchi e la tirò via dal muro, obbligandola a voltarsi, e premendo pesantemente il suo petto largo contro la sua schiena. Shinobu lasciò un piccolo verso sorpreso, e cercò di piegarsi appena in avanti, in modo da far aderire meglio il sedere contro il cavallo ancora coperto dei pantaloni del marito. Kosaku lasciò un verso basso, simile a un ringhio profondo, e allungò le mani in avanti per stringere il seno scoperto della moglie. Le sue mani forti avvolsero entrambi i seni, stringendoli con forza e premendola ancora meglio contro di lui. Le dita si spostarono, stringendosi attorno ai suoi capezzoli, e strappando piccoli gemiti acuti alla donna. Shinobu era bloccata, in totale balia del suo uomo, e mai era stata più contenta. Il suo corpo tremava ad ogni tocco, tendendosi alla ricerca di quel piacere che la faceva sentire viva come mai si era sentita.

Una delle mani di Kosaku scese lentamente, fino ad incontrare il bordo delle mutande che aveva comprato appositamente per lui, e le scostò delicatamente di lato, in modo da far scivolare le dita contro le sue grandi labbra, toccandole con delicatezza. Shinobu lasciò un altro piccolo gemito, abbandonandosi contro il muro, mentre il marito affondava delicatamente le dita tra le sue grandi labbra e cominciava a toccarla con gentilezza, stimolandola sapientemente. Pochi minuti, e Shinobu aveva perso ogni controllo del suo corpo, si limitava a gemere ad ogni tocco del marito, piegarsi e tendersi in ogni direzione lui le indicasse. Sussurrava preghiere a bassa voce, cercando di strofinarsi contro il suo cavallo, sentendo la sua erezione bloccata dai pantaloni premere contro il tessuto e strofinarsi contro le sue natiche nude. Il marito era silenzioso come sempre, non lasciava trasparire alcuna emozione, ma bastavano i suoi tocchi forti, il suo fiato pesante contro il suo collo, per far sentire a Shinobu quanta passione il suo uomo stesse cercando di trattenere.



Quando finalmente Kosaku si allontanò di pochi centimetri e abbassò i propri pantaloni, liberando il suo membro rigido, Shinobu lasciò un piccolo gemito contento. Si sporse subito verso di lui, ed allargò meglio le gambe nel tentativo di lasciargli più spazio. Kosaku si allontanò di un passo, le mani salde sui fianchi della moglie. La guardò per qualche secondo, facendola sentire esposta e imbarazzata, ma allo stesso tempo bella e desiderata. Shinobu voltò la testa verso di lui, il fiato pesante, una preghiera silenziosa nello sguardo.

Kosaku non si fece attendere oltre, prese il proprio membro con una mano e lentamente scivolò dentro di lei, il suo membro spesso e rigido che la allargava e stimolava tutte le sue pareti. Senza lasciarle tempo di abituarsi, Kosaku abbassò le mani per stringere nuovamente i suoi seni, tenendola bloccata con la schiena contro il suo petto, e cominciò a muoversi con movimenti veloci e profondi dentro di lei, il fiato pesante che solleticava il suo orecchio. Shinobu era totalmente persa, si lasciava andare alla forza ed alla passione del marito, incontrando ogni sua spinta e gemendo ad alta voce.
Sentiva tutto il corpo teso, sensibile ad ogni tocco e ad ogni stimolo, alla continua ricerca di maggiori attenzioni da parte del marito. Shinobu gemette ancora ad alta voce, sentendo l'orgasmo avvicinarsi velocemente, continuava a muoversi nel tentativo di sentirlo meglio, sempre più a fondo, inseguendo quel piacere che la stava inondando sempre di più, fino a---



" Mamma? Mamma! "



Shinobu si svegliò di colpo, sentendo la voce del figlio che la chiamava. Si alzò di scatto dal divano, guardandosi attorno con aria spersa. Hayato la guardava preoccupato.



" Mamma, stai bene? "



Lei sbatté gli occhi un paio di volte. Si era addormentata? Doveva essersi stesa sul divano per riposarsi un poco, evidentemente era scivolata nel sonno senza accorgersene?



" Sì, sì, scusami piccolo... Mi ero addormentata. Sei già tornato da scuola? Stai bene? "



" Sì. Vado a fare i compiti, mi prepari la merenda? "



Lei annuì lentamente, ancora stordita.



" Certo. "



Lui sorrise e la ringraziò, per poi correre al piano di sopra, in camera sua. Shinobu sospirò pesantemente, cercando la forza di alzarsi dal divano. Davvero aveva sognato tutto? Kosaku, il suo corpo forte, i suoi baci passionali...

Shinobu sentì le guance avvampare. Non pensava di essere in grado di sognare cose così... sporche. Ma non poteva farne a meno. In quel periodo il marito era cambiato, era diventato così affascinante, sembrava nascondere un fuoco dentro che mai aveva visto prima...



Shinobu si alzò svogliatamente, e sospirò nel sentire il liquido caldo che scendeva tra le sue gambe, bagnandole la prima parte delle cosce.

Doveva preparare la merenda ad Hayato. Ma prima di tutto, doveva proprio farsi una bella doccia.

Letting go

Mar. 9th, 2019 10:54 pm
iperouranos: (Default)
Fandom: The Punisher

Personaggi: Frank Castle

Warning: Soulmate!AU

Rating: Safe

Wordcount: 538

Iniziativa: CowT 9 - Settimana 4; Addormentarsi e sognare

Nel momento in cui l'acido toccò la pelle, Frank lasciò un ringhio basso. I suoi nervi lanciavano scosse di dolore lungo tutto il suo corpo, la pelle lentamente si scioglieva sotto la sostanza ed ogni secondo che passava la sensazione di caldo aumentava, arrivando a livelli quasi insopportabili. Non era un lampo di dolore unico, era un lento trascinarsi di agonia che continuava secondo dopo secondo, peggiorando ad ogni respiro. Uno degli angoli ancora lucidi della mente di Frank gli fece notare quanto fosse ironico, che quel dolore ricordasse così tanto il dolore che si portava dietro ogni giorno.

Era piena notte, e nessuno poteva sentire i suoi gemiti soffocati e il suo pugno che batteva ripetutamente contro il muro nel tentativo di sfogare il dolore. Era stato un gesto istintivo, ma l'ex marine non riusciva a trovare un motivo per pentirsene. Quella sera si era addormentato, tra mille problemi come sempre, solo per essere accolto dagli ennesimi incubi. Quelle immagini piene di colori e di speranza, piene delle risate dei suoi bambini, degli occhi di sua moglie, delle loro voci mescolate e piene di allegria. Quelle immagini che venivano distrutte, infrante come vetri dai proiettili di persone senza volto, che massacravano la sua intera famiglia senza che lui potesse fare nulla. Ancora, e ancora, e ancora ogni notte. Ogni singola notte i sogni tornavano e Frank viveva quel giorno da capo, ancora e ancora, senza mai fine, una spirale che sembrava non avere fondo.

Svegliatosi dell'ennesimo incubo, Frank aveva preso quella decisione. Aveva preso una bottiglia dell'acido più forte che aveva, aveva tolto la maglietta e aveva lasciato colare poche gocce sulla pelle, proprio lì dove si trovava il suo marchio, scuro e ben visibile.
E faceva male, il dolore sembrava non passare, e la pelle cominciava a colare piccole gocce di sangue, che Frank tentava di tamponare con del cotone. Dubitava di aver mai sentito così tanto dolore in vita sua. Aveva visto e provato tante cose, ma quel dolore continuo e pulsante consumava la sua mente tanto quanto la sua pelle, mangiando le cellule e la sua forza di volontà.

Passarono minuti, ore, o forse secondi. Frank non sapeva dire quanto, troppo concentrato a contare i graffi sul pavimento sotto di lui nel tentativo di estraniarsi dal dolore. Quando finalmente le pulsazioni si fecero meno soffocanti e il bruciore smise di dilaniarlo, Frank si sollevò in piedi, allontanando appena il pezzo di garza per guardare la ferita sotto. Era ancora rossa, lo strato di pelle superficiale totalmente scomparso, insieme al marchio che aveva ospitato. Frank sospirò pesante, prese del disinfettante e lo spruzzò dall'alto sulla ferita, stringendo i denti per il dolore. La chiuse con garza pulita, e chiuse gli occhi qualche secondo.

Poteva non essere molto. Poteva essere solo un gesto simbolico, ma sperava in cuor suo che gli incubi avessero pietà di lui. Che sua moglie avesse pietà di lui. La persona a cui aveva dedicato la vita, l'unica per cui quel marchio era utile. Tanto valeva lasciarlo morire insieme a lei.
Forse, ora, poteva cercare qualcos'altro. Un'identità diversa. O forse, riscoprire ciò che era sempre stato. Se solo la morte poteva accompagnarlo, allora una cicatrice era molto più adatta alla sua pelle.
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